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Complesso palatoschisi –

labbro leporino nel cane e nel gatto


Carmine MaranoAutore: Cinzia Montagnoli, Medico Veterinario in Roma


Tra le numerose patologie congenite riscontrate nel cane e nel gatto, il labbro leporino, la palatoschisi o la concomitante presenza delle due malformazioni sono tra le più comuni. Il palato è una struttura che separa la cavità orale da quella nasale e consente, durante l’allattamento, contemporaneamente la suzione e la respirazione del neonato. Durante lo sviluppo embrionale, il palato deriva dalla fusione di diverse strutture ossee e non, se i meccanismi di fusione subiscono delle alterazioni, si possono verificare delle comunicazioni anomale tra la cavità orale e nasale. La comunicazione anomala tra le due cavità, con coinvolgimento del palato molle, palato duro, osso incisivo e/o labbro superiore prende il nome di “fistola oronasale congenita”. In base alle strutture interessate si parla di labbro leporino (labbro superiore e osso incisivo) o di palatoschisi (palato duro e/o molle). 

Nel cane la condizione è particolarmente frequente in alcune razze come lo Shih-Tzu, Bulldog, Pointer, pastore svizzero, Pechinese, Carlino, Cocker Spaniel, Bassotto, ecc. Nel gatto è riportata con frequenza nel Siamese, ma anche nel Main Coon.
La natura preponderante è quella ereditaria, ma possono essere implicati altri fattori quali deficit nutrizionali o eccessi vitaminici materni, esposizione delle gestanti ad agenti chimici o sostanze tossiche, somministrazione di farmaci e infezioni virali contratte in gravidanza. A seconda della gravità della schisi, la condizione comporta, nei casi più gravi, morte improvvisa dopo la prima poppata o sviluppo di polmonite ab ingestis a causa della bronco inalazione di colostro o latte, o disturbi dell’assunzione alimentare di varia intensità se la schisi è parziale. In questi ultimi casi i sintomi comportano:

  • suzione improduttiva, 
  • disfagia, 
  • fuoriuscita di latte dalle narici, 
  • tosse e starnuto durante e dopo la suzione, 
  • riniti, 
  • infezioni respiratorie ricorrenti e ritardi di crescita. 

Poiché oltre al rischio di morte improvvisa, anche la polmonite ab ingestis è frequentemente fatale, è indispensabile emettere diagnosi di palatoschisi immediatamente dopo la nascita. 

Nei casi meno gravi la prognosi può essere favorevole, in particolare se è possibile ricorrere all’alimentazione artificiale mediante sonda oro-gastrica in attesa della correzione chirurgica della malformazione; negli altri casi la prognosi è infausta. Inoltre nell’8% circa dei cani e gatti affetti, la malformazione può essere accompagnata dalla presenza di anomalie di sviluppo d’altri organi o apparati, che spesso pregiudicano la sopravvivenza dei neonati con palatoschisi. La terapia è di tipo chirurgico da effettuarsi all’età di 6-8 o, meglio, 12 settimane, mediante una plastica palatina per ricostruire il pavimento delle cavità nasali. In previsione della correzione chirurgica, nella maggior parte dei casi è indicata l’alimentazione mediante sonda oro-gastrica fino al momento dell’intervento e nei 7-10 giorni successivi, al fine di evitare contaminazioni alimentari delle vie respiratorie. 

Data la multifattorialità della patologia, la prevenzione si attua su diversi fronti. Dovrebbe basarsi sull’esclusione dalla carriera riproduttiva dei soggetti portatori, gestire correttamente l’alimentazione delle gestanti ed evitare i trattamenti farmacologici associati a maggior pericolo di comparsa di palatoschisi.


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Otoematoma


Carmine MaranoAutore: Manuel Felici, Medico Veterinario in Roma
Specialista in patologia e clinica degli animali d’affezione, perfezionato in cardiologia dei piccoli animali


L’ otoematoma è una raccolta di sangue nella pinna auricolare dei nostri amici a quattro zampe, l’orecchio apparirà gonfio come per la presenza di un cuscinetto sottocute e l’animale non mostrerà particolare fastidio. È tipicamente a insorgenza acuta e necessità dell’intervento del medico veterinario il prima possibile.

Lo stravaso di sangue che determina l’otoematoma è conseguenza d’infezione dell’orecchio, come ad esempio in corso di otite, parassitosi auricolari (ad esempio acari nel gatto) o più semplicemente per l’eccessivo scuotimento dell’orecchio per le cause più svariate (forme allergiche, acqua ristagnante nel condotto auricolare durante un periodo al mare, presenza di neoformazioni auricolari).

In linea generale è una patologia più frequente nel cane che nel gatto, il medico veterinario prima di intervenire per risolverlo dovrà necessariamente identificare la causa scatenante.

L’ approccio terapeutico sarà quindi combinato, da un lato nei confronti della causa scatenante dall’altro per rimuovere lo stravaso di sangue ed evitare recidive.

Rimuovere l’otoematoma in prima istanza significa drenare il sangue fuoriuscito. A volte però questo non è sufficiente e allora l’animale dovrà essere sottoposto ad un intervento chirurgico. L’approccio chirurgico, in relazione alla tecnica, prevede un’incisione sull’asse lungo della pinna auricolare e l’applicazione di punti di sutura laterali in modo da evitare lo scollamento della cute dalla cartilagine auricolare. Solo a cicatrizzazione realizzata il chirurgo potrà rimuovere i punti applicati.


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Eclampsia puerperale


Carmine MaranoAutore: Cinzia Montagnoli, Medico Veterinario in Roma


Chiamata anche “tetania puerperale”, “ipocalcemia” o “febbre lattea”, l’eclampsia puerperale è una patologia acuta, anche grave, che interessa cane e gatto, dovuta a una condizione di ipocalcemia che può insorgere sia prima ma, più frequentemente, dopo il parto a causa di una diminuzione del calcio ematico per la produzione di latte. Può interessare cagne di qualsiasi taglia, anche se i soggetti di piccola taglia e con cucciolate numerose, così come le primipare, sembrano più predisposti. Per quanto osservata anche prima del parto, l’eclampsia si manifesta più spesso dopo il parto, principalmente nelle prime 2-4 settimane, in concomitanza con la massima richiesta di latte per l’alimentazione dei cuccioli.
Nella gatta è stata segnalata in femmine di età compresa tra 14 mesi e 5 anni e con maggior frequenza nelle pluripare con figliate di numerosità superiore a 5-7 gattini. L’ipocalcemia insorge per la contemporanea aumentata richiesta e la ridotta disponibilità di calcio a seguito della ridotta assunzione o del ridotto assorbimento. I sintomi iniziali includono:

  • irrequietezza,
  • disinteresse per i cuccioli,
  • rigidità e prurito facciale
  • tremori muscolari,
  • andatura incerta e disorientata,
  • incoordinazione,
  • pupille dilatate,
  • mucose asciutte o scialorrea,
  • vomito,
  • aumentata diuresi e interesse all’acqua,
  • spasmi,
  • difficoltà respiratoria,
  • convulsioni e febbre,
  • collasso e possibile morte.

La diagnosi si fonda sull’esame clinico, suffragato dalla valutazione della calcemia. Il trattamento dell’ipocalcemia acuta prevede l’immediata infusione endovenosa lenta di calcio alla comparsa dei sintomi, che in genere comporta il rapido miglioramento della sintomatologia in 15 minuti circa. Successivamente si prosegue la terapia mediante somministrazione orale di calcio per circa un mese per prevenire le recidive; contemporaneamente si deve provvedere all’allontanamento dei cuccioli almeno per le prime 24-48 ore al fine di ridurre le perdite di calcio con l’allattamento. La prognosi può essere fatale se trascurata, è invece favorevole quando la condizione è riconosciuta e trattata precocemente. Importante è quindi la prevenzione, fornendo un’alimentazione bilanciata in gravidanza e in allattamento, con adeguato rapporto calcio/fosforo.


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L’ematuria nel gatto


Carmine MaranoAutore: Manuel Felici, Medico Veterinario in Roma
Specialista in patologia e clinica degli animali d’affezione, perfezionato in cardiologia dei piccoli animali


Con ematuria si intende la presenza di globuli rossi nelle urine che può essere visibile a occhio nudo oppure dopo analisi del sedimento urinario.

L’ematuria è tipicamente conseguenza di:

  • litiasi;
  • processi infiammatori, traumatici o neoplastici;
  • deficit della coagulazione;

Ad un’attenta osservazione dell’urinazione dei nostri animali ci si può render conto se la presenza di sangue sia nella prima fase della minzione, nella fase terminale o nel corso di tutto l’evento. Nel gatto la causa più frequente di ematuria è la cistite, cioè l’infiammazione della mucosa vescicale. Il gatto si presenta irrequieto, entra e esce frequentemente dalla lettiera a volte associando vocalizzazioni e si lecca eccessivamente la zona genitale. Già a questi primi segni clinici, il proprietario deve condurre in visita il proprio gatto; e l’ideale sarebbe anche raccogliere un campione di urine da portare insieme all’animale. Raccogliere le urine potrebbe sembrare una missione impossibile, ma in realtà in commercio esistono diversi kit che semplificano la vita. Sono costituiti da speciali sassolini che, messi nella lettiera, non assorbono l’urina che così rimane sul fondo e può essere raccolta facilmente e messa all’interno di una provetta per farla analizzare.

Alla visita clinica il veterinario valuterà con la palpazione il grado di replezione della vescica e l’elasticità della parete vescicale; non è infrequente, infatti, la possibilità che l’uretra si ostruisca e che quindi l’urina non riesca a defluire fuori dalla vescica, determinando un blocco completo dell’urinazione. Tra gli esami collaterali per valutare il tratto urinario, troviamo l’ecografia, grazie alla quale il veterinario può avere utili informazioni sull’aspetto dei reni, degli ureteri, della vescica (sia per morfologia di parete che per contenuto) e dell’uretra; altro esame collaterale utile, soprattutto in corso di calcoli mineralizzati, è la radiologia. È proprio grazie agli esami collaterali che il corollario delle diagnosi differenziali si restringe, completando la valutazione con l’esame delle urine completo per valutarne il ph, la presenza di proteine, glucosio, etc., e l’eventuale presenza di sedimento al microscopio. È possibile, infatti, che si verifichi la presenza di cristalli di diversa natura (i più frequenti sono quelli di struvite). L’esame delle urine è completato poi dall’esame colturale e dall’antibiogramma in caso di positività: in parole più semplici, si controlla se nelle urine c’è una popolazione batterica e, se sì, a quale tipo di antibiotico sia sensibile.

Se tutti gli esami diagnostici sono nella norma, ma permane l’unico segno clinico dell’ematuria, allora si parla di “cistite idiopatica”, quasi sempre da riferire nei gatti a un problema di stress, ad esempio l’arrivo di un nuovo membro in famiglia, condizioni di sovraffollamento, minori attenzioni che il proprietario sta dedicando all’animale, etc. In questi casi risolvere il problema significa identificare la causa scatenante e trovare una soluzione che permetta di risolvere lo stress del nostro micio.


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EPA – edema polmonare acuto del cane e del gatto


Carmine MaranoAutore: Carmine Marano, Medico Veterinario in Roma
Specializzato in malattie infettive, profilassi e polizia veterinaria


L’edema polmonare acuto (EPA) è una pericolosa condizione patologica determinata dall’accumulo di liquido nel tessuto interstiziale e negli alveoli polmonari che riduce rapidamente e drasticamente la capacità di scambio dei gas respiratori e rende, inoltre, estremamente difficoltosa la respirazione. Può avere origini cardiogene o non cardiogene e il paziente con EPA manifesta in modo ultrarapido:

  • dispnea;
  • ortopnea;
  • cianosi delle mucose;
  • emottisi (tosse ed espettorato schiumoso con tracce di sangue).

L’edema polmonare acuto può avere origine in seguito a disfunzioni cardiache oppure in seguito a problemi non cardiaci, quali:

  • un sovraccarico di liquidi;
  • una sepsi;
  • un’overdose da oppiacei;
  • l’inalazione di gas nocivi ed altri.

Ciò che si verifica è la fuoriuscita dei fluidi dai capillari dei presenti nei polmoni  verso gli spazi interstiziali, prima, e verso le cavità di bronchioli e alveoli, poi. Gli alveoli, a stretto contatto con i capillari polmonari, sono i principali protagonisti dello scambio gassoso ossigeno-anidride carbonica e, dal momento in cui si trovano invasi da liquidi, non riescono più a svolgere la loro funzione fondamentale.

Il passaggio di liquido dai capillari verso lo spazio interstiziale e gli alveoli può avvenire attraverso due processi:

  • trasudazione: si verifica quando l’aumento della pressione all’interno dei vasi sanguigni provoca la fuoriuscita di liquido (trasudato) senza che la parete vasale subisca danni strutturali;
  • essudazione: quando un processo infiammatorio compromette la parete vasale al punto da provocare una lesione attraverso la quale fuoriesce un liquido con più particelle rispetto al trasudato (l’essudato, infatti, contiene cellule ematiche e proteine plasmatiche).

Caratteristica dell’edema polmonare è il suo aggravarsi in maniera rapida attraverso diverse fasi fasi:

  1. il liquido, essudato o trasudato che sia, si accumula negli spazi interstiziali, distanziando lo spazio alveolare e l’endotelio capillare fino al punto da rendere sempre più difficoltosi gli scambi gassosi e sempre meno efficaci le capacità linfatiche di drenaggio;
  2. il liquido fuoriuscito si spinge fino a ridosso di bronchi, bronchioli e vasi circostanti;
  3. il liquido circonda gli alveoli e si accumula tra le giunzioni del loro epitelio;
  4. il liquido abbatte le giunzioni serrate e inonda in prima istanza gli alveoli (edema alveolare), per poi spingersi lungo le vie respiratorie

L’eziologia dell’edema polmonare si differenzia in:

  • edema polmonare cardiogeno: trae origine da un’anomalia cardiaca;
  • edema polmonare non cardiogeno: dipendente da motivi extra-cardiaci.

Tra le cause di edema polmonare di natura cardiogena si possono elencare, ad esempio:

  • infarto miocardico acuto;
  • cardiopatia ischemica;
  • cardiopatie congenite;
  • tachiaritmie (ad es. fibrillazione atriale parossistica, tachicardia parossistica sopra-ventricolare, ecc.);
  • cardiopatia ipertensiva;
  • endocardite;
  • miocardite;

Tra le cause di edema polmonare di natura extra-cardiaca troviamo:

  • sindrome da distress respiratorio del cane e del gatto;
  • infezioni/sepsi;
  • politraumi;
  • shock;
  • overdose di stupefacenti;
  • embolia polmonare;
  • polmonite ab ingestis;
  • pancreatite acuta;
  • inalazione di sostanze tossiche;
  • intossicazione da ossigeno.

Le manifestazioni cliniche dell’edema polmonare si contraddistinguono per segni e sintomi quali:

  • dispnea acuta ad insorgenza improvvisa e che persiste anche in posizione sdraiata (ortopnea);
  • tosse con probabile espettorazione di escreato schiumoso e rosato;
  • astenia;
  • pallore o cianosi cutanea;
  • diaforesi algida;
  • aumento di frequenza cardiaca e frequenza respiratoria;
  • stato di ansia;
  • rantoli crepitanti all’auscultazione toracica.

La presenza di questi segni clinici deve essere supportata da specifiche indagini diagnostiche al fine di giungere alla diagnosi di edema polmonare, in particolare:

  • RX-torace: permette di distinguere tra un edema polmonare interstiziale e uno polmonare, di valutare l’aumento delle dimensioni dell’ombra cardiaca e di individuare il versamento pleurico;
  • ECG: è utile per capire se all’origine dell’edema polmonare ci sono disfunzioni cardiache;
  • Emogasanalisi arteriosa: necessaria per stabilire un’insufficienza respiratoria o una condizione di alcalosi respiratoria e successiva acidosi respiratoria.

Il trattamento ha come obiettivo:

  • controllare lo stato ansioso dell’animale;
  • ottimizzare il contenuto di ossigeno arterioso;
  • rimozione del fluido alveolare e terapia della causa che lo ha prodotto.

Questa patologia ha un indice di mortalità alto; la sua prognosi dipende rigorosamente da:

  • rapidità d’intervento nella risoluzione della causa scatenante;
  • gravità della patologia scatenante;
  • età e condizioni generali del paziente.

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L’adolescenza nel cane


Manuel FeliciAutore: di Luca Buti, Medico Veterinario in Roma
Master di II livello in Medicina Comportamentale degli animali d’affezione


Premesso che è fondamentale non “umanizzare” i nostri cani, nel senso che uomo e cane sono specie diverse con esigenze diverse, età evolutive ed etogramma diversi, soffermiamoci su alcune considerazioni che riguardano un periodo particolare dei nostri pet: l’adolescenza.

I cani attraversano una fase di sviluppo simile a quella che negli esseri umani viene anche definita come stadio della ” delinquenza giovanile”. Sia per gli umani che per i cani è il segnale della iniziata pubertà, momento in cui l’organismo subisce un bombardamento di ormoni che il soggetto fatica a gestire. I cani attraversano questo stadio in media tra gli otto e i quindici mesi, che dal punto di vista evolutivo corrispondono ai quattordici/venti anni di un ragazzo/a. Come succede agli umani, anche il comportamento canino diviene spesso irrazionale, e proprio il modo in cui gestiremo questo periodo deciderà se siamo stati in grado o meno di crescere un adulto equilibrato e fiducioso, che si tratti di un ragazzo o di un cane.

Nel cane, l’inizio della pubertà può manifestarsi con un aumento dell’aggressività nei confronti di conspecifici, più frequente nei maschi, meno nella femmina. Raramente questa aggressività può manifestarsi anche nei confronti dei proprietari, perché in questo periodo il cane sta cercando di costruirsi la propria identità e il suo ruolo nel gruppo “branco/famiglia”. Riconoscere il fatto che si tratti di un periodo transitorio è il primo passo per affrontare bene questo momento così difficile e fare in modo che il cane abbia ben chiare le idee su quale sia il suo ruolo. In questa fase il cane cambia il suo aspetto fisico; e questo cambiamento può influire anche sul suo comportamento.

Ora, se quando parliamo di adolescenti umani siamo consapevoli che si tratti di un periodo transitorio e quindi tendiamo ad avere molta pazienza e a concedere molto, nel cane dobbiamo tenere ben presente che, per il suo modo di apprendere e costruire il pattern comportamentale, se assecondiamo comportamenti irrazionali e indesiderati, questi diverranno comportamenti appresi e cronicizzeranno.

Prendiamo, ad esempio, un cane che durante la pubertà diviene improvvisamente aggressivo con gli altri cani; se lo puniamo o lo portiamo via ogni volta che ringhia contro un suo simile, gli insegniamo che la presenza di un altro cane prelude alla punizione o all’allontanamento, e il problema peggiorerebbe. Se invece usiamo delle tecniche avversative sonore (un “no!” o un battere forte le mani) tenendolo in sicurezza al guinzaglio, ma senza allontanarlo o strattonarlo, e abbiamo la pazienza di attendere, vediamo che quegli atteggiamenti aggressivi dapprima si affievoliscono e poi spariscono del tutto; a quel punto allora dobbiamo rinforzare con un premio o una


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Abbaiare: comportamento anomalo o no?


Manuel FeliciAutore: di Luca Buti, Medico Veterinario in Roma
Master di II livello in Medicina Comportamentale degli animali d’affezione


Molte volte quelli che noi consideriamo problemi del comportamento si rilevano normali comportamenti canini soltanto esibiti al momento e/o nel luogo sbagliato per noi.

Il cane discende direttamente dal lupo; se osserviamo alcuni comportamenti nel lupo, li riteniamo assolutamente naturali; gli stessi comportamenti, adottati dal nostro cane possono essere considerati problemi. In altre parole, non è il comportamento in sé ad essere innaturale per il cane, ma il momento e/o il luogo in cui è posto in essere. Quell’ambiente, infatti, è naturale per noi ma non lo è per il nostro cane.

Prendiamo ad esempio l’abbaiare: che un cane abbai in cima a una montagna per dare l’allarme all’arrivo di un intruso nei pressi di uno chalet isolato non solo è naturale, ma anche ben accetto dai proprietari; che faccia la stessa cosa in un condominio ogni volta che qualcuno si avvicina al portone, o per qualsiasi altro rumore percepisca, non solo è innaturale per quell’ambiente, ma diviene spesso un problema serio per il proprietario.

Esaminiamo l’abbaiare dapprima in “natura”. Nel lupo, e quindi anche nel cane, l’abbaio rende noto l’avvicinarsi di un potenziale pericolo, o richiama l’attenzione di qualcuno che in quel momento non sta prestando attenzione; in genere è emesso da individui non dominanti per richiamare l’attenzione di soggetti appartenenti al proprio nucleo, gerarchicamente superiori a loro, e persisterà finché ci sara risposta di questi ultimi, e sarà tanto più rinforzato quanto maggiore sarà l’intensità della risposta dei “più alti in grado”. Tenderà invece ad attenuarsi in maniera direttamente proporzionale alla neutralità della risposta dei superiori; più precisamente avrà un picco all’inizio e poi scenderà di intensità.

Quindi, se il nostro cane abbaia continuamente per ogni rumore, macchina che passa in strada o persona/cane che si avvicina, più noi lo sgrideremo, insulteremo, puniremo verbalmente, più attenzione gli daremo, che è esattamente ciò che il nostro cane sta cercando. Non faremo altro che premiare la sua richiesta di attenzione.

Se questo abbaio è per noi indesiderato, a questa richiesta (assolutamente naturale) del nostro cane noi proprietari, gerarchicamente superiori, non dovremmo fare altro che dare risposte neutre o addirittura assenti, come fare finta di nulla, di non accorgersene, mettendo in atto quello che stavamo facendo fino a quel momento. Esattamente come farebbe un “alfa” in presenza di un abbaio di un inferiore in gerarchia, di fronte a uno stimolo che l’alfa stesso ritiene essere insignificante e comunque non una minaccia.

Quindi, molto meglio far finta di nulla, non dire nulla, continuare a fare quello che stavamo facendo con naturalezza, attendendo con molta pazienza che il cane, non avendo avuto risposta alla sua richiesta di attenzione da noi gerarchicamente superiori, affievolisca il suo abbaiare che potremmo vedere trasformato in uno sbuffo, fino alla cessazione dell’abbaio stesso.

Ripetiamolo: tanta, tanta pazienza e soprattutto costanza da parte di noi “alfa” nel somministrare sempre risposte negative a questa forma di richiesta di attenzione porterà dapprima al ridursi della intensità e della frequenza del comportamento indesiderato, fino a giungere alla pressoché totale scomparsa del comportamento stesso.


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Il distacco di retina nel gatto


Manuel FeliciAutore: Manuel Felici, Medico Veterinario in Roma
Specialista in Patologia e Clinica degli Animali d’Affezione, perfezionato in Cardiologia dei Piccoli Animali


È una patologia dell’occhio comune nel gatto anziano in cui si realizza un più o meno completo distacco della retina dal fondo dell’occhio.  La retina è costituita da numerosi strati in cui troviamo i fotorecettori (bastoncelli e coni) grazie ai quali si rende possibile la visione. Alla visita clinica il gatto presenterà improvvisa “cecità” con pupille molto dilatate (midriasi) e una ridotta risposta a uno stimolo luminoso.

Il distacco di retina è tipicamente una patologia acquisita in conseguenza dell’ipertensione sistemica (aumento di pressione), le cui cause più frequenti sono: l’insufficienza renale cronica, la miocardiopatia o l’ipertiroidismo.

Se con la visita del fondo dell’occhio è diagnosticato un distacco retinico si rendono necessari:

  • accertamenti laboratoristici (analisi del sangue complete e dosaggio ormoni tiroidei);
  • valutazione cardiologia (ecocardiografia);
  • misurazione della pressione arteriosa sistemica.

Oltre alla visita oculistica del fondo dell’occhio, altra utile tecnica per la diagnosi è l’esame ecografico dell’occhio.

In relazione al distacco più o meno completo della retina, contrastando farmacologicamente l’ipertensione sistemica arteriosa, dopo aver impostando una corretta terapia oftalmica e medica per la causa primaria di ipertensione (renale/cardiaca/tiroidea), la prognosi sarà più o meno favorevole al fine del ripristino della corretta visione dell’occhio colpito.


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La spondilosi deformante (SP)


  Autore: Antonio Santamaria, Medico Veterinario in Roma


È una malattia degenerativa a carico dei dischi intervertebrali, localizzata in particolare a livello delle vertebre lombosacrali, che porta alla formazione di osteofiti (proliferazioni ossee) con fusione delle vertebre e diminuzione d’elasticità della colonna vertebrale. A ciò consegue una pseudoartrosi dovuta alla contiguità delle formazioni di osteofiti nei due corpi vertebrali adiacenti e della conseguente infiammazione dei tessuti circostanti (osteomielite artrosica). In genere la malattia interessa i soggetti adulti di razza medio grande, in particolare i molossoidi e i Boxer sottoposti a lavoro e/o attività sportive. La diagnosi viene confermata mediante una radiografia latero-laterale della colonna vertebrale, in prossimità della regione lombo sacrale, includendo nell’immagine anche le ultime tre vertebre toraciche, possibile sede di localizzazione della patologia.

Segni clinici

La malattia può avere un decorso asintomatico, o altresì, presentare dei sintomi che variano in funzione della progressione della patologia. L’animale ha riluttanza a muoversi, l’andatura è incerta e rigida, in particolare sul posteriore, il cane tende a incespicare anche nei più piccoli ostacoli. Nei casi più gravi si avrà un notevole irrigidimento del rachide e conseguentemente di tutti e quattro gli arti fino alla totale paresi. Questi segni clinici sono dovuti ad un’azione infiammatoria a carico dei tessuti vicini alla zona colpita, con conseguente compressione dei nervi spinali dovuta alla presenza dei suddetti osteofiti. Tali vegetazioni ossee si possono rilevare sia nella porzione toracica, che in quella lombare e lombosacrale della colonna vertebrale. L’immagine radiologica disegna questi osteofiti come prominenze radiopache (cioè della stessa immagine dell’osso) di differenti dimensioni, che nel tempo tendono a ingrandirsi assumendo una figura caratteristica detta a “becco di pappagallo”. Nei casi gravi o in quelli molto avanzati questi ponti ossei tendono a unirsi tra loro, anche se il più delle volte vi è una semplice “interdigitazione”, cioè una sovrapposizione degli osteofiti stessi soprattutto nei tratti della colonna vertebrale che possiede una maggior mobilità.

La Spondilosi deformante (SP) è stata catalogata nel corso degli anni con varie classificazioni che tenevano conto dell’età dell’insorgenza del soggetto colpito, della componente biomeccanica o traumatica determinante la lesione, delle cause degenerative a carico del disco intervertebrale e della sua componente genetica.
La causa della degenerazione della colonna è da attribuire a un tentativo di riparazione dovuto a un insulto del tessuto articolare continuo e ripetuto, soprattutto in corrispondenza degli ultimi spazi intervertebrali toracici e dei primi lombari, laddove esiste una maggior flessibilità della colonna vertebrale. L’incidenza e le dimensioni degli osteofiti aumentano con l’età, tanto che nei soggetti di età superiore ai 10 anni vi è quasi sempre la presenza di grosse osteofitosi del tratto lombare e lombosacrale, reperiti casualmente in radiogrammi effettuati in corso di altri accertamenti diagnostici.


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La pseudogravidanza (pseudociesi): cos’è e come affrontarla


  Autore: Cinzia Montagnoli, Medico Veterinario in Roma


Il fenomeno della pseudogravidanza è più frequente nelle cagne che nelle gatte e si palesa quando le cagne non gravide mostrano segni di gravidanza a termine. I segni clinici manifestati sono rappresentati da:

  • aumento di peso;
  • iperplasia della ghiandola mammaria e lattazione;
  • scolo vaginale mucoide;
  • inappetenza;
  • irrequietezza;
  • tendenza a preparare un nido;
  • assunzione di atteggiamenti materni nei confronti di oggetti inanimati.

Se ci fosse il dubbio di un eventuale accoppiamento accidentale, la palpazione e l’ecografia addominali possono permettere di accertare la presenza o l’assenza di feti. Le manifestazioni della pseudogravidanza sono conseguenza di fenomeni ormonali in un particolare momento del ciclo estrale, nello specifico del declino di progesterone e dell’aumento della prolattina. I segni clinici di solito vengono segnalati 6-12 settimane dopo l’estro, ossia il momento della perdita di macchie ematiche.

La condizione in genere è autolimitante, di solito regredisce in 1-3 settimane e la terapia non è strettamente raccomandata, a meno che i segni clinici non siano insolitamente prolungati o pronunciati, come quando causano mastite (infiammazione delle mammelle). La terapia è diretta a ridurre o eliminare la lattazione e viene effettuata per diminuire la probabilità che si verifichi una mastite secondaria a stasi di latte. Bisogna sospendere ogni stimolazione mammaria mediante leccamento, comportamento materno o applicazione di impacchi caldi o freddi.

Per ridurre o arrestare la lattazione nelle cagne in pseudogravidanza è stata impiegata una grande varietà di terapie ormonali e mediche. In linea di massima ad oggi la sostanza più utilizzata, anche per i minori effetti collaterali, è la cabergolina con una durata minima di trattamento di circa 6 giorni.


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